Appunti per l’omelia nella festa di Cristo Re
Omelia di Don Riccardo Nieri
Pubblicato: domenica 28 novembre 2010
La festa di Cristo Re che oggi celebriamo, fu istituita da Pio XI nel 1925. Non era nuova la regalità attribuita alla persona di Cristo che non soltanto la S. Scrittura, i Padri della Chiesa e i teologi, ma anche l’arte sacra e il senso comune dei fedeli concordemente affermano.
Il Papa avvertì il bisogno di istituire questa festa - come spiega nell’enciclica Quas primas – perché Cristo Re venga venerato da tutti i cattolici del mondo apportando un rimedio efficacissimo a quella peste che pervade l’umana società e che si chiama laicismo. L’empietà non maturò in un sol giorno, ma da gran tempo covava nelle viscere della società. Si negò alla Chiesa il diritto di ammaestrare le genti, la si sottomise al potere civile, fu lasciata quasi all’arbitrio dei principi e dei magistrati. Vi furono di quelli che pensarono di sostituire alla religione cristiana un certo sentimento religioso naturale. Né mancarono Stati (Spagna, Messico, Russia….) i quali pensarono di poter fare a meno di Dio e riposero la loro religione nella irreligione e nel disprezzo di Dio stesso. Diceva Giovanni Paolo II: “Si può costruire un mondo senza Dio, ma sarà un mondo contro l’uomo”. Anche l’osservatore più superficiale si accorge del fatto che il mondo moderno si trova in una situazione estremamente drammatica. C’è una crisi globale che non è che l’ultima conseguenza di radici culturali e morali perverse. Si va verso la fine del mondo, come affermano i testimoni di Geova? No, è la fine di un’epoca, di un mondo, non del mondo. Terminò l’Impero romano tra le doglie delle invasioni, e seguì un’epoca imperfetta, ma cristiana. C’è chi fa o la scelta religiosa, che si concretizza nell’isolarsi dalla società, oppure abbraccia la prospettiva del cosiddetto impegno sociale, che si concretizza nell’accettare la sfida storica e nel compromettersi col mondo. Potremo dire: teologia della resa e teologia della complicità. Sono sbagliate tutte e due. Entrambe presuppongono che “indietro non si torna” e che oggi sia impossibile rinnovare la Chiesa e restaurare la società.
Benedetto XVI, che sta ponendo le fondamenta di una nuova società, ha espresso nel 2008 alla GMG, la sua convinzione che “Il Signore vi sta chiedendo di essere i profeti di questa nuova era, capaci di attrarre la gente verso il Padre e di costruire un futuro per tutta l’umanità”. Questa nuova era non sarà in contrasto con quella cristiana, bensì il suo sviluppo storico, non sarà l’era antropocentrica sognata dagli umanisti del XV secolo fino ai marxisti del XX secolo, tantomeno quella cosmocentrica sognata dagli odierni ecologisti, né una via di mezzo fra le due, bensì un’era teocentrica e cristocentrica. È stato giustamente ammonito da Giovanni Paolo II che una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta. Bisogna aggiungere “che una fede che non plasma la società”, impedisce la tanto auspicata unione tra fede e vita. La Regalità sociale di Cristo è verità di fede proclamata dalla Scrittura – mi è stato dato ogni potere come in cielo, così anche sulla terra – (Mt. 28,18). È necessario che Cristo regni (1 Cor. 15, 29)...
Il Regno di Cristo può essere considerato sotto tre aspetti: quello individuale della singola anima in Grazia; quello sociale che va realizzandosi nella vita storica della Chiesa militante sotto la guida della Provvidenza e quello dell’aldilà, ossia perfetto e definitivo. Qualcuno potrebbe obiettare che Gesù disse a Pilato: “Il mio regno non è di questo mondo”. Ma la risposta è che Gesù afferma la sua regalità ponendosi al di fuori o al di sopra di qualsiasi regalità concepibile dal procuratore Ponzio Pilato. L’origine di questa regalità è celeste e spirituale, anche se i poteri regali sono esercitati nel mondo. Ma sotto quale segno sorgerà questa nuova era cristiana? Chi ne sarà il modelle e l’ispiratore? È facile intuirlo, perché la risposta è venuta a Fatima, dalla Madonna stessa: infine il mio Cuore Immacolato trionferà. L’era futura sarà non solo genericamente cristiana, ma anche specificamente mariana. Il regno sociale di Cristo in Maria viene spesso chiamato per sineddoche Regno di Maria. Sarà un regno non solo individuale e spirituale, ma anche materiale e sociale; la Madonna, cioè, governerà da vera Regina, non solo le anime, ma anche la società e i popoli. Sarà un Regno temporale e imperfetto, ma totalmente impregnato dallo Spirito Santo da prefigurare quello eterno e perfetto che si realizzerà solo alla fine dei tempi.
Un cattolico non può pensare che Dio abbia abbandonato la storia al demonio. Questa mentalità di sapore manicheo deriva da una crisi della fede e della speranza soprannaturali e da una errata teologia della storia che ha favorito quella pastorale minimalista, smobilitatrice e arrendista che ha provocato tante sconfitte del mondo contemporaneo.
Alla falsa alternativa tra compromesso e isolamento, tra complicità e resa, tra illusione e disperazione, bisogna opporre la prospettiva dell’autentica speranza cristiana; speranza nella Divina Provvidenza, speranza nella potenza di Cristo, speranza nell’intervento misericordioso della Madonna, speranza nella restaurazione della Cristianità.
Benedetto XVI e la dottrina sociale della Chiesa ci orientano nella chiarezza e ai valori non negoziabili. Il papa sta ponendo le fondamenta di un mondo nuovo, di un’epoca nuova e ha ammonito: s’illude chi crede che il messaggio di Fatima sia compiuto. Se la Chiesa chiede genericamente per gli uomini pace, giustizia e lavoro, se si impegna (come non può non fare) contro la povertà, le malattie endemiche, l’analfabetismo, l’emarginazione, il mondo laicista promuove e benedice. Ma guai se la Chiesa interviene su principi religiosi e morali che comportano conseguenze sociali e politiche. Come quando si esprime su matrimonio, famiglia, scuola, aborto, eutanasia, embriologia genetica. Scatta subito l’accusa di ingerenza nelle faccende dello Stato. Senza porre il vero problema: quali sono la liceità e i limiti di un intervento della Chiesa cattolica nel sociale? Ce lo dice la dottrina sociale della Chiesa, nata con l’Enciclica Rerum novarum (1891), ma sempre esistita come serie di principi e di indicazioni, fondati sulla fede e sulla ragione naturale, che orientano i cristiani alle scelte nella comunità. Tale dottrina ha due “carte” soltanto e non può avere quella terza che, a torto, le polemiche le attribuiscono. La prima è la proclamazione della fede cristiana, come insieme di verità e prescrizioni contenute nella Bibbia e nell’insegnamento della Chiesa. Anche in politica il cristiano deve comportarsi “da cristiano”. È un invito alla coerenza, alla luce di quella nuova idea di uomo che Gesù ha portato sulla terra. La seconda carta è il richiamo alla morale naturale, che ogni uomo ha dentro di sé in quanto creatura ragionevole: difendere la vita e la dignità dell’uomo, aiutare i deboli e i bisognosi, promuovere la famiglia e la libertà di insegnamento sono finalità riconosciute anche da chi non crede (forse, meglio, da chi crede di non credere) in Dio. Il rifiuto dell’aborto, dell’eutanasia e della genetica senza limiti non è solo dei credenti, ma anche di tanti laici non laicisti sulla base della morale razionale. La Chiesa ha sempre giocato queste due carte e ciò spiega l’apertura del Papa attuale a quei laici che riconoscono di “non potersi non dire cristiani”. E la chiusura nei confronti di quei laici laicisti, che chiedono aborto libertario, eutanasia facile, liberalizzazione della droga, manipolazioni genetiche incontrollate, monopolio scolastico da parte dello Stato, dissoluzione della famiglia. Ciò che la Chiesa non deve usare è la terza carta, ossia l’indicazione precisa di un partito o leader da votare. Una carta che il lungo papato di Giovanni Paolo II ha sempre rifiutato: “la Chiesa propone, non impone nulla” (enciclica Redemptoris missio). Con lui la distinzione del mondo cattolico dai partiti cosiddetti “cristiani” è avvenuta con decisione. La Chiesa afferma dei principi religiosi e indica degli impegni morali, non è il procaccia di voti per nessuno. Lo ha riaffermato il recente catechismo sociale della Chiesa. E non ha mancato di sottolinearlo Benedetto XVI. Questa volontà di fermare l’opera della Chiesa alle sue prime due carte è un preciso impegno. Da sempre esclusa è la terza carta, ossia l’intervento diretto nella politica.
Ciò che la Chiesa afferma da sempre, è l’indicazione precisa e priva di equivoci dei principi fondativi e delle finalità etiche dell’impegno nel temporale. Prendiamo l’esempio dei matrimoni tra omosessuali e dei PACS, che vengono programmati e anche legalizzati in alcuni Paesi europei e americani. La Chiesa afferma che si tratta di due istituti illeciti e invita i partiti che li sostengono e ripensarci. E ancor più invita i cristiani a non rendersene complici. Ma la decisione circa il partito nel quale il cristiano realizzerà meglio, o almeno meno peggio, la propria vocazione politica, spetta alla libertà e alla responsabilità dei credenti, non agli ordini della gerarchia. Il cristiano ha il dono della libertà e nessuno, neppure il Papa, può scegliere al suo posto: “Dio desidera essere adorato da persone libere” (J. Ratzinger, Istruzione su libertà cristiane e liberazione, 1986). Deve però scegliere da cristiano e scegliere quello che costituisce per lui il bene maggiore, o almeno il male minore. I principi orientativi sono quelli della Chiesa, ma la decisione a quale partito dare il voto non la riguarda.
Valori non negoziabili
- 1. Protezione della vita dal primo momento del suo concepimento fino alla morte naturale.
- 2. Riconoscimento e promozione della struttura naturale della famiglia come unione tra uomo e donna fondata sul matrimonio e sua difesa di fronte a forme radicalmente diverse di unione.
- 3. Protezione del diritto dei genitori ad educare i figli.
- 4. Promozione del bene comune in tutte le sue forme.
Tali valori, insiti nella natura umana, richiedono la pubblica testimonianza. (dal Magistero di Benedetto XVI, p.p.).
L'eterno riposo, donagli o Signore
splenda a lui la luce perpetua
riposi in pace.
Amen.
La Madonna delle Grazie
Tutti tuoi, o Maria
Sante Messe
Feriale e Sabato festivo: Ore 18
Festivo: Ore 8 - 9.30 - 11.30
Sante Confessioni
1° Venerdì del mese: 9.30-11
Ogni sabato: 9.30-11 e 17-18
Adorazione
Sabato: Ore 17-18
Domenica: Ore 7-8
3° Giov. del mese: 21.15-22.30
1° Ven. del mese: 17-18 e 21-22
Santo Rosario
Ogni giorno mezz'ora prima della S. Messa pomeridiana.
Il giovedì nelle famiglie: 21.15
Grande liturgia
Con preghiere di lode, consolazione, guarigione, liberazione e S. Messa solenne, 1° Venerdì del mese, ore 21-23
Tutti i mercoledì
Ore 21.15: Preghiera di Lode e catechesi in sala parrocchiale o nel chiostro della canonica.
Primo Martedì del mese
Ore 17: Santo Rosario meditato
Ore 18: S. Messa per i defunti Opera Dottrina Cristiana
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